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Isabella: Canzone

Song Cycle by Kate Moore (b. 1979)

1. Poscia  [sung text not yet checked]

Language: Italian (Italiano) 
Poscia che al bel desir troncate hai l’ale,
che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna,
sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna,
dirò con questo stil ruvido e frale
alcuna parte de l’interno male5
causato sol da te fra questi dumi,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d’ingegno,
ove senza sostegno
son costretta a menare il viver mio,10
qui posta da ciascuno in cieco oblio.

Tu, crudel, de l’infanzia in quei pochi anni
del caro genitor mi festi priva,
che, se non è già pur ne l’altra riva,
per me sente di morte i grevi affanni.15
ché ’l mio penar raddoppia gli suoi danni.
Cesar gli vieta il poter darmi aita.
O cosa non più udita,
privar il padre di giovar la figlia!
Così, a disciolta briglia20
seguitata m’hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e da la cuna.

Quella ch’è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passata qui cieca ed inferma,25
senza saper mai pregio di beltade.
È stata per me morta in te pietade,
e spenta l’hai in altrui, che potea sciorre
e in altra parte porre
dal carcer duro il vel de l’alma stanca,30
che, come neve bianca
dal sol, così da te si strugge ogni ora
e struggerassi infin che qui dimora.

Qui non provo io di donna il proprio stato
per te, che posta m’hai in sì ria sorte35
che dolce vita mi saria la morte.
I cari pegni del mio padre amato
piangon d’intorno. Ahi, ahi, misero fato,
mangiare il frutto, ch’altri colse, amaro
quei che mai non peccaro,40
la cui semplicità faria clemente
una tigre, un serpente,
ma non già te, ver noi più fiera e rea.
ch’al figlio Progne ed al fratel Medea.

Dei ben, che ingiustamente la tua mano45
dispensa, fatta m’hai tanto mendica,
che mostri ben quanto mi sei nemica,
in questo inferno solitario e strano
ogni disegno mio facendo vano.
S’io mi doglio di te sì giustamente50
per isfogar la mente,
da chi non son per ignoranza intesa
i’ son, lassa, ripresa:
ché, se nodrita già fossi in cittade,
avresti tu più biasmo, io più pietade.55

Baston i figli de la fral vecchiezza
esser dovean di mia misera madre;
ma per le tue procelle inique ed adre
sono in estrema ed orrida fiacchezza:
e spenta in lor sarà la gentilezza60
dagli antichi lasciata a questi giorni,
se dagli alti soggiorni
pietà non giunge al cor del Re di Francia,
che, con giusta bilancia
pesando il danno, agguaglie la mercede65
secondo il merto di mia pura fede.

Ogni mal ti perdono,
né l’alma si dorrà di te giamai
se questo sol farai
(ahi, ahi, Fortuna, e perché far no ’l dêi?)70
che giungano al gran Re gli sospir miei.

Text Authorship:

  • by Isabella d Morra (c1520 - c1546), no title, XVI secolo

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Confirmed with Rivista di letteratura italiana, Pisa : Giardini, 1983


Researcher for this page: Joost van der Linden [Guest Editor]

2. SigNor  [sung text not yet checked]

Language: Italian (Italiano) 
Signor, che insino a qui, tua gran mercede
con questa vista mia caduca e frale
spregiar m’hai fatto ogni beltà mortale,
fammi di tanto ben per grazia erede,
che sempre ami te sol con pura fede
e spregie per innanzi ogni altro oggetto,
con sì verace affetto,
ch’ognun m’additi per tua fida amante
in questo mondo errante,
ch’altro non è, senza il tu’ amor celeste,
ch’un procelloso mar pien di tempeste.

Signor, che di tua man fattura sei,
ov’ogni ingegno s’affatica in vano,
ritrarre in versi il tuo bel volto umano
or sol per disfogare i desir miei,
ad altri no, ma a me sola vorrei,
ed iscolpirmi il tuo celeste velo,
qual fu quando dal Cielo
scendesti ad abitar la bassa terra
ed a tor l’uom di guerra.
Questa grazia, Signor, mi sia concessa
ch’io mostri col mio stil te a me stessa.

Signor, nel piano spazio di tua fronte
la bellezza del Ciel tutta scolpita
si scorge, e con giustizia insieme unita
de l’alta tua pietade il vivo fonte,
e le pie voglie a perdonarci pronte.
Ombre dei lumi venerandi e sacri,
di Dio bei simulacri,
ciglia, del cor fenestre, onde si mostra
l’alma salute nostra;
occhi che date al sol la vera luce,
che per voi soli a noi chiara riluce!

Signor, cogli occhi tuoi pien di salute
consoli i buoni ed ammonisci i rei
a darsi in colpa di lor falli rei;
in lor s’impara che cosa è virtute.
O mia e tutte l’altre lingue mute,
perché non dite ancor de’ suoi capelli,
tanto del sol più belli
quanto è più bello e chiaro egli del sole?
O chiome uniche e sole,
che, vibrando dal capo insino al collo,
di nuova luce se ne adorna Apollo!

Signor, da questa tua divina bocca
di perle e di rubini escon di fore
dolci parole ch’ogni afflitto core
sgombran di duolo e sol piacer vi fiocca
e di letizia eterna ogniun trabocca.
Guancie di fior celesti adorne, e piane
a le speranze umane;
corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio,
a te consacro il mio:
la mente mia qual fu la tua statura
con gli occhi interni già scorge e misura.

Signor, le mani tue non dirò belle
per non scemar col nome lor beltade,
mani, che molto innanzi ad ogni etade
ci fabricâr la luna, il sol, le stelle:
se queste chiare son, quai saran elle?
Felice terra, in cui le sacre piante
stampâr tant’orme sante!
A la vaghezza del tuo bianco piede
il Ciel s’inchina e cede.
Felice lei, che con l’aurate chiome
le cinse e si scarcò de l’aspre some!

Canzon, quanto sei folle,
poi che nel mar de la beltà di Dio
con sì caldo desio
credesti entrare! Or c’hai ’l camin smarrito,
réstati fuor, ché non ne vedi il lito.

Text Authorship:

  • by Isabella d Morra (c1520 - c1546), no title, XVI secolo

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Confirmed with Rivista di letteratura italiana, Pisa : Giardini, 1983


Researcher for this page: Joost van der Linden [Guest Editor]

3. Ch'e Reina del Ciel  [sung text not yet checked]

Language: Italian (Italiano) 
Quel che gli giorni a dietro
noiava questa mia gravosa salma,
di star fra queste selve erme ed oscure,
or sol diletta l’alma;
ché da Dio, sua mercé, tal grazie impetro
che scorger ben mi fa le vie secure
di gire a lui fuor de le inique cure.
Or, rivolta la mente a la Reina
del Ciel, con vera umiltade,
per le solinghe strade
senza intrico mortal l’alma camina
già verso il suo riposo,
che ad altra parte il pensier non inchina,
fuggendo il tristo secol sì noioso,
lieta e contenta in questo bosco ombroso.

Quando da l’orïente
spunta l’Aurora col vermiglio raggio
e ne s’annuncia da le squille il giorno,
allora al gran messaggio
de la nostra salute alzo la mente
e la contemplo d’alte glorie adorno
nel basso tetto, dove fea soggiorno
la gran Madre di Dio c’or regna in Cielo.
Così, godendo nel mio petto umile,
a lei drizzo il mio stile
e ’l fral mio vel di roze veste velo
e sol di servir lei,
non d’altra cura, al cor mi giunge zelo,
seguendo le vestigia di colei
che dal deserto accolta fu tra i Dei.

Quando da poi fuor sorge
Febo, che fa nel mar la strada d’oro,
tutta m’interna e l’allegrezza immensa
c’ebbe del suo tesoro
quella che tanta grazia or a me porge;
ch’io la riveggio con la mente intensa
mirare il figlio in caritate accensa,
nato fra gli animai, con pio sembiante;
e del sangue che manda al petto il core
nodrire il suo Signore;
e scerno il duce de l’eterno amante
sotto povere veste
spregiar le pompe del vulgo arrogante,
colui che sol pregiò l’aspre foreste
e fu fatto da Dio tromba celeste.

Poi che ’l suo chiaro volto
alzando, da le valli scaccia l’ombra
il biondo Apollo col suo altero sguardo,
un bel pensier m’ingombra:
parmi veder Giesù nel tempio, involto
fra saggi, disputar con parlar tardo,
e lei, per ch’io d’amor m’infiammo ed ardo,
versar dagli occhi, per letizia, pianto.
Questi conforti incontra i duri oltraggi
m’apportan questi faggi,
lungi schivando di sirene il canto;
ché per solinghe vie
il bel gioven, a Dio diletto tanto,
con le sue caste voglie e sante e pie
vide il sentier de l’alte ierarchie.

Alzato a mezo il polo
il gran pianeta co’ bollenti rai,
ch’uccide i fiori in grembo a primavera,
s’alcuno vide mai
crucciato il padre contra il rio figliuolo,
così contemplo Cristo, in voce altera
predicando, ammonir la plebe fera
e col cenno, del qual l’Inferno pave,
romper le porte d’ogni duro core,
cacciando il vizio fore.
Quanto ti fu a vedere, o Dea, soave
gli error conversi in cenere
del caro figlio in abito sì grave?
Quanto beata fu chi le sue tenere
membra a Dio consacrò, sacrate a Venere?

E se l’eterno Foco
giunge tant’alto ch’al calar rimira,
ti scorgo, o Signor mio, fra i tuoi fratelli
senza minaccie od ira
del tuo amor infiammarli a poco a poco,
e co’ leggiadri detti e gravi e belli
render beati e pien di grazia quelli,
lor rammentando pur la santa pace.
La gioia del mio cor, ch’amo ed adoro,
contemplo fra coloro,
che i santi esempi tuoi raccoglie e tace.
O via dolce e spedita
trovata già nel vil secol fallace;
e chi ’l primiero fu, dal Ciel m’addita
sol de l’erèmo la tranquilla vita.

Per voi, grotta felice,
boschi intricati e rovinati sassi.
Sinno veloce, chiare fonti e rivi,
erbe che d’altrui passi
segnate a me vedere unqua non lice,
compagna son di quelli spirti divi,
c’or là su stanno in sempiterno vivi,
e nel solare e glorïoso lembo
de la madre, del padre e del suo Dio
spero vedermi anch’io
sgombrata tutta dal terrestre nembo,
e fra l’alme beate
ogni mio bel pensier riporle in grembo.
O mie rimote e fortunate strate,
donde adopra il Signor la sua pietate!

Quanto discovre e scalda il chiaro sole,
canzon, è nulla ad un guardo di lei,
ch’è Reina del Ciel, Dea degli dei.

Text Authorship:

  • by Isabella d Morra (c1520 - c1546), no title, XVI secolo

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