by Isabella d Morra (c1520 - c1546)
Signor, che insino a qui, tua gran...
Language: Italian (Italiano)
Signor, che insino a qui, tua gran mercede con questa vista mia caduca e frale spregiar m’hai fatto ogni beltà mortale, fammi di tanto ben per grazia erede, che sempre ami te sol con pura fede e spregie per innanzi ogni altro oggetto, con sì verace affetto, ch’ognun m’additi per tua fida amante in questo mondo errante, ch’altro non è, senza il tu’ amor celeste, ch’un procelloso mar pien di tempeste. Signor, che di tua man fattura sei, ov’ogni ingegno s’affatica in vano, ritrarre in versi il tuo bel volto umano or sol per disfogare i desir miei, ad altri no, ma a me sola vorrei, ed iscolpirmi il tuo celeste velo, qual fu quando dal Cielo scendesti ad abitar la bassa terra ed a tor l’uom di guerra. Questa grazia, Signor, mi sia concessa ch’io mostri col mio stil te a me stessa. Signor, nel piano spazio di tua fronte la bellezza del Ciel tutta scolpita si scorge, e con giustizia insieme unita de l’alta tua pietade il vivo fonte, e le pie voglie a perdonarci pronte. Ombre dei lumi venerandi e sacri, di Dio bei simulacri, ciglia, del cor fenestre, onde si mostra l’alma salute nostra; occhi che date al sol la vera luce, che per voi soli a noi chiara riluce! Signor, cogli occhi tuoi pien di salute consoli i buoni ed ammonisci i rei a darsi in colpa di lor falli rei; in lor s’impara che cosa è virtute. O mia e tutte l’altre lingue mute, perché non dite ancor de’ suoi capelli, tanto del sol più belli quanto è più bello e chiaro egli del sole? O chiome uniche e sole, che, vibrando dal capo insino al collo, di nuova luce se ne adorna Apollo! Signor, da questa tua divina bocca di perle e di rubini escon di fore dolci parole ch’ogni afflitto core sgombran di duolo e sol piacer vi fiocca e di letizia eterna ogniun trabocca. Guancie di fior celesti adorne, e piane a le speranze umane; corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio, a te consacro il mio: la mente mia qual fu la tua statura con gli occhi interni già scorge e misura. Signor, le mani tue non dirò belle per non scemar col nome lor beltade, mani, che molto innanzi ad ogni etade ci fabricâr la luna, il sol, le stelle: se queste chiare son, quai saran elle? Felice terra, in cui le sacre piante stampâr tant’orme sante! A la vaghezza del tuo bianco piede il Ciel s’inchina e cede. Felice lei, che con l’aurate chiome le cinse e si scarcò de l’aspre some! Canzon, quanto sei folle, poi che nel mar de la beltà di Dio con sì caldo desio credesti entrare! Or c’hai ’l camin smarrito, réstati fuor, ché non ne vedi il lito.
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Confirmed with Rivista di letteratura italiana, Pisa : Giardini, 1983
Text Authorship:
- by Isabella d Morra (c1520 - c1546), no title, XVI secolo [author's text checked 1 time against a primary source]
Musical settings (art songs, Lieder, mélodies, (etc.), choral pieces, and other vocal works set to this text), listed by composer (not necessarily exhaustive):
- by Kate Moore (b. 1979), "SigNor", 2020 [ voices, saxophone, clarinet, violin, violoncello, piano, organ, electric guitar and percussion ], from Isabella: Canzone, no. 2, Deuss Music
Publisher: Deuss Music [external link]  [sung text not yet checked]
Researcher for this page: Joost van der Linden [Guest Editor]
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