Quantunque volte, lasso!, mi rimembra ch'io non debbo già mai veder la donna ond'io vo sì dolente, tanto dolore intorno 'l cor m'assembra la dolorosa mente, ch'io dico: "Anima mia, ché non ten vai? ché li tormenti che tu porterai nel secol, che t'è già tanto noioso, mi fan pensoso di paura forte". Ond'io chiamo la Morte, come soave e dolce mio riposo; e dico: "Vieni a me" con tanto amore, che sono astioso di chiunque more. E' si raccoglie ne li miei sospiri un sono di pietate, che va chiamando Morte tuttavia: a lei si volser tutti i miei disiri, quando la donna mia fu giunta da la sua crudelitate; perché 'l piacere de la sua bieltate, partendo sé da la nostra veduta, divenne spirital bellezza grande, che per lo ciclo spande luce d'amor, che li angeli saluta, e lo intelletto loro alto, sottile face maravigliar, sì v'è gentile.
Dante Songs
Song Cycle by Nicolai Jacobsen (b. 1979)
1. Quantunque volte  [sung text not yet checked]
Language: Italian (Italiano)
Text Authorship:
- by Dante Alighieri (1265 - 1321), no title, appears in La vita nuova
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Researcher for this text: Emily Ezust [Administrator]2. Li occhi dolente  [sung text not yet checked]
Language: Italian (Italiano)
Li occhi dolenti per pietà del core hanno di lagrimar sofferta pena, sì che per vinti son remasi omai. Ora, s'i' voglio sfogar lo dolore, che a poco a poco a la morte mi mena, convenemi parlar traendo guai. E perché me ricorda ch'io parlai de la mia donna, mentre che vivia, donne gentili, volentier con vui, non voi parlare altrui, se non a cor gentil che in donna sia; e dicerò di lei piangendo, pui che si n'è gita in ciel subitamente, e ha lasciato Amor meco dolente. Ita n'è Beatrice in alto cielo, nel reame ove li angeli hanno pace, e sta con loro, e voi, donne, ha lassate: no la ci tolse qualità di gelo né di calore, come l'altre face, ma solo fue sua gran benignitate; ché luce de la sua umilitate passò li cieli con tanta vertute, che fé maravigliar l'etterno sire, sì che dolce disire lo giunse di chiamar tanta salute; e fella di qua giù a sé venire, perché vedea ch'esta vita noiosa non era degna di sì gentil cosa. Partissi de la sua bella persona piena di grazia l'anima gentile, ed èssi gloriosa in loco degno. Chi no la piange, quando ne ragiona, core ha di pietra sì malvagio e vile, ch'entrar no i puote spirito benegno. Non è di cor villan sì alto ingegno, che possa imaginar di lei alquanto, e però no li ven di pianger doglia: ma ven tristizia e voglia di sospirare e di morir di pianto, 0e d'onne consolar l'anima spoglia chi vede nel pensero alcuna volta quale ella fue, e com'ella n'è tolta. Dannomi angoscia li sospiri forte, quando 'l pensero ne la mente grave mi reca quella che m'ha 'l cor diviso: e spesse fiate pensando a la morte, venemene un disio tanto soave, che mi tramuta lo color nel viso. E quando 'l maginar mi ven ben fiso, giugnemi tanta pena d'ogne parte, ch'io mi riscuoto per dolor ch'i' sento; e sì fatto divento, che da le genti vergogna mi parte. Poscia piangendo, sol nel mio lamento chiamo Beatrice, e dico: "Or se' tu morta?"; e mentre ch'io la chiamo, me conforta. Piange di doglia e sospirar d'angoscia mi strugge 'l core ovunque sol mi trovo, sì che ne 'ncrescerebbe a chi m'audesse: e quale è stata la mia vita, poscia che la mia donna andò nel secol novo, lingua non è che dicer lo sapesse: e però, donne mie, pur ch'io volesse, non vi saprei io dir ben quel ch'io sono, sì mi fa travagliar l'acerba vita; la quale è sì 'nvilita, che ogn'om par che mi dica: "Io t'abbandono", veggendo la mia labbia tramortita. Ma quel ch'io sia la mia donna il si vede, e io ne spero ancor da lei merzede. Pietosa mia canzone, or va piangendo; e ritrova le donne e le donzelle a cui le tue sorelle erano usate di portar letizia; e tu, che se' figliuola di tristizia, vatten disconsolata a star con elle.
Text Authorship:
- by Dante Alighieri (1265 - 1321), appears in La vita nuova
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Researcher for this text: Emily Ezust [Administrator]3. E quale è stata  [sung text not yet checked]
Language: Italian (Italiano)
Li occhi dolenti per pietà del core hanno di lagrimar sofferta pena, sì che per vinti son remasi omai. Ora, s'i' voglio sfogar lo dolore, che a poco a poco a la morte mi mena, convenemi parlar traendo guai. E perché me ricorda ch'io parlai de la mia donna, mentre che vivia, donne gentili, volentier con vui, non voi parlare altrui, se non a cor gentil che in donna sia; e dicerò di lei piangendo, pui che si n'è gita in ciel subitamente, e ha lasciato Amor meco dolente. Ita n'è Beatrice in alto cielo, nel reame ove li angeli hanno pace, e sta con loro, e voi, donne, ha lassate: no la ci tolse qualità di gelo né di calore, come l'altre face, ma solo fue sua gran benignitate; ché luce de la sua umilitate passò li cieli con tanta vertute, che fé maravigliar l'etterno sire, sì che dolce disire lo giunse di chiamar tanta salute; e fella di qua giù a sé venire, perché vedea ch'esta vita noiosa non era degna di sì gentil cosa. Partissi de la sua bella persona piena di grazia l'anima gentile, ed èssi gloriosa in loco degno. Chi no la piange, quando ne ragiona, core ha di pietra sì malvagio e vile, ch'entrar no i puote spirito benegno. Non è di cor villan sì alto ingegno, che possa imaginar di lei alquanto, e però no li ven di pianger doglia: ma ven tristizia e voglia di sospirare e di morir di pianto, 0e d'onne consolar l'anima spoglia chi vede nel pensero alcuna volta quale ella fue, e com'ella n'è tolta. Dannomi angoscia li sospiri forte, quando 'l pensero ne la mente grave mi reca quella che m'ha 'l cor diviso: e spesse fiate pensando a la morte, venemene un disio tanto soave, che mi tramuta lo color nel viso. E quando 'l maginar mi ven ben fiso, giugnemi tanta pena d'ogne parte, ch'io mi riscuoto per dolor ch'i' sento; e sì fatto divento, che da le genti vergogna mi parte. Poscia piangendo, sol nel mio lamento chiamo Beatrice, e dico: "Or se' tu morta?"; e mentre ch'io la chiamo, me conforta. Piange di doglia e sospirar d'angoscia mi strugge 'l core ovunque sol mi trovo, sì che ne 'ncrescerebbe a chi m'audesse: e quale è stata la mia vita, poscia che la mia donna andò nel secol novo, lingua non è che dicer lo sapesse: e però, donne mie, pur ch'io volesse, non vi saprei io dir ben quel ch'io sono, sì mi fa travagliar l'acerba vita; la quale è sì 'nvilita, che ogn'om par che mi dica: "Io t'abbandono", veggendo la mia labbia tramortita. Ma quel ch'io sia la mia donna il si vede, e io ne spero ancor da lei merzede. Pietosa mia canzone, or va piangendo; e ritrova le donne e le donzelle a cui le tue sorelle erano usate di portar letizia; e tu, che se' figliuola di tristizia, vatten disconsolata a star con elle.
Text Authorship:
- by Dante Alighieri (1265 - 1321), appears in La vita nuova
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Researcher for this text: Emily Ezust [Administrator]4. Ma tu, foco d'amor  [sung text not yet checked]
Language: Italian (Italiano)
Se vedi li occhi miei di pianger vaghi per novella pietà che 'l cor mi strugge, per lei ti priego che da te non fugge, Signor, che tu di tal piacere i svaghi; con la tua dritta man, cioè, che paghi chi la giustizia uccide e poi rifugge al gran tiranno, del cui tosco sugge ch'elli ha già sparto e vuol che 'l mondo allaghi; e messo ha di paura tanto gelo nel cor de' tuo' fedei che ciascun tace. Ma tu, foco d'amor, lume del cielo, questa vertù che nuda e fredda giace, levala su vestita del tuo velo, ché sanza lei non è in terra pace.
Text Authorship:
- by Dante Alighieri (1265 - 1321)
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